FAQ

L’orientamento sessuale è l’attrazione emotiva, sessuale o affettiva che un individuo prova nei confronti di altri.

L’orientamento sessuale è distinto da altre componenti della sessualità, incluso il sesso biologico, l’identità di genere (il vissuto psicologico rispetto al sentirsi maschio o femmina) , e il ruolo sociale legato al genere.
L’orientamento sessuale è individuabile lungo un continuum che va dall’eterosessualità esclusiva all’omosessualità esclusiva, e include varie forme di bisessualità.

Le persone bisessuali possono sperimentare un’attrazione sessuale, emotive o affettiva verso persone del proprio sesso o del sesso opposto. Si fa spesso riferimento alle persone con un orientamento omosessuale con il termine gay (uomini) o lesbica (donne).

L’orientamento sessuale è differente dal comportamento sessuale, perché fa riferimento ai propri sentimenti e alla concezione di sé.
Gli individui, infatti, possono esprimere o meno il loro orientamento sessuale con il loro comportamento.

Ci sono numerose teorie circa le cause dell’orientamento sessuale. Al momento molti scienziati sono concordi nel ritenere che l’orientamento sessuale sia la risultante di una complessa interazione di fattori ambientali, cognitivi e biologici.
È importante riconoscere che ci sono diverse possibili ragioni che spiegano l’orientamento sessuale di una persona, e che tali ragioni possono essere differenti per ognuno.

No, non lo è. Le persone non possono scegliere di essere gay/lesbiche o di non esserlo.
Per molte persone, l’orientamento sessuale emerge molto presto durante l’adolescenza, senza un esperienza sessuale pregressa.
Sebbene noi possiamo decidere come comportarci e scegliere se agire o no in base ai nostri sentimenti, gli psicologi non considerano l’orientamento sessuale una scelta consapevole che può essere modificata volontariamente.

No. Anche se molte persone vivono serenamente la propria omosessualità, alcuni omosessuali o bisessuali possono viverla con disagio, e di conseguenza provare il desiderio di cambiare il proprio orientamento attraverso una terapia, spesso forzati dai membri della famiglia o da gruppi religiosi.
La realtà è che l’omosessualità non può essere curata, semplicemente perchè non è una malattia.
L’omosessualità non richiede un trattamento e non è modificabile a piacimento.

Inoltre, non tutti i gay, le lesbiche e le persone bisessuali che chiedono aiuto ad un professionista della salute mentale vogliono modificare il loro orientamento sessuale. Alcuni di loro cercano un aiuto psicologico per affrontare il processo del coming out, o per apprendere strategie per affrontare i pregiudizi, oppure andare in terapia per gli stessi motivi per cui vi ricorrono le persone con orientamento eterossessuale.

Alcuni terapeuti che praticano le cosiddette terapie riparative o di conversione, sostengono di essere in grado di modificare l’orientamento da omosessuale a eterosessuale. In realtà non c’è nessuna evidenza scientifica che dimostri che questo cambiamento sia realmente ottenibile.
Non ci sono pubblicazioni scientifiche che riportino gli esiti di un trattamento di questo tipo in modo verificabile, o che dimostrino la durata degli effetti nel tempo, come è richiesto per valutare la validità di qualsiasi tipo di intervento sulla salute mentale.

Inoltre molti sostenitori delle terapie riparativi partono da visioni ideologiche e religiose che condannano l’omosessualità, e arrivano a considerare l’omosessualità una malattia.

L’APA (American Psychological Association) è preoccupata per le implicazioni negative che l’applicazione di questo tipo di terapia può avere sui pazienti.
Nel 1997 è stata presentata dall’APA una mozione che afferma la netta opposizione della psicologia rispetto all’omofobia implicita in una terapia riparativa, che viola il diritto all’autodeterminazione del paziente.

Ogni persona che inizia una terapia per affrontare problemi relativi al proprio orientamento sessuale ha il diritto che tale terapia abbia luogo in un ambiente professionale e neutrale, senza pregiudizi o stereotipi.

No. Gli psicologi, gli psichiatri e gli altri professionisti della salute mentale sono d’accordo nel ritenere che l’omosessualità non è una malattia mentale, nè un problema emotivo. NON è una malattia, nè fisica nè psichica.

Più di 35 anni di ricerche scientifiche oggettive e ben progettate hanno dimostrato che l’omosessualità non ha alcuna associazione con disturbi mentali, emotivi o altri problemi sociali. L’omosessualità era considerata in passato una malattia mentale perché i professionisti della salute mentale e la società si basavano su informazioni errate e distorte.
Nel passato, gli studi su persone gay, lesbiche o bisessuali coinvolgevano soltanto le persone che erano in terapia e questo falsava le conclusioni degli studi. Quando i ricercatori hanno iniziato ad esaminare anche dati relativi alle persone che non erano in terapia, si capì immediatamente che l’idea che l’omosessualità fosse una malattia era falsa.
Nel 1973 l’ American Psychiatric Association confermò l’importanza di un nuovo tipo di ricerca e rimosse l’omosessualità dal manuale ufficiale (DSM) nel quale sono riportati tutti i disturbi mentali e i relativi sintomi. Due anni dopo anche l’ American Psychological Association approvò formalmente questa rimozione.
Da allora, entrambe le associazioni hanno sottolineato che il compito dei professionisti della salute mentale è quello di scardinare lo stigma di malattia mentale che alcune persone ancora associano con l’orientamento omosessuale.

Ovviamente sì. Gli studi che confrontano la crescita di bambini allevati da coppie omosessuali e da coppie eterosessuale dimostrano che non ci sono differenze significative nello sviluppo di questi due gruppi di bambini per quanto riguarda quattro aree critiche: l’intelligenza, la competenza psicologica, la competenza sociale e la popolarità con gli amici. Inoltre è ampiamente dimostrato che l’orientamento sessuale dei genitori non determina quello dei figli (del resto se così non fosse non potrebbero esistere persone omosessuali figlie di genitori eterosessuali).

Inoltre, un mito totalmente falso sta alla base dell’opposizione di molti alle famiglie omogenitoriali, ossia la convinzione che gli uomini omosessuali abbiano una maggiore tendenza rispetto agli eterosessuali a molestare sessualmente i bambini. Inutile dire che non c’è alcun tipo di prova che questa convinzione sia fondata sui fatti.

Perché la condivisione di un aspetto tanto importante della propria identità è fondamentale per la loro salute mentale.

Le persone omosessuali devono affrontare un processo definito di “coming out” (letteralmente “uscire fuori”) che in una prima fase, definita interiore, consiste nell’affrontare la consapevolezza emergente di avere sentimenti e/o desideri sessuali per persone dello stesso sesso, ne acquisisce consapevolezza e di conseguenza nell’imparare ad accettarli come una parte integrante della propria personalità.

La seconda fase fa riferimento alla decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale, ed è un processo che non si conclude mai, perché nella vita si incontrano sempre nuove persone e si entra continuamente in nuovi contesti.

Il grado di serenità o stress con cui una persona omosessuale riesce ad affrontare queste due fasi influisce molto sul suo stato di salute psicologica.
Riuscire ad integrare senza conflittualità una parte di sé così importante della propria identità rappresenta un momento di necessaria e importantissima crescita interiore, che aumenta l’autostima e allontana stress e nevrosi.

Per alcuni il processo di “coming out” è difficile, per altri non lo è.

A volte le persone lesbiche, gay e bisessuali si sentono differenti, tristi e sole quando realizzano che il loro orientamento sessuale è diverso da quello della maggioranza della comunità. Questo è particolarmente vero per le persone che diventano consapevoli del loro orientamento omosessuale o bisessuale nell’infanzia o nell’adolescenza, e a secondo del tipo di famiglia e di comunità in cui vivono, possono trovarsi a dover lottare contro pregiudizi e informazioni distorte sull’omosessualità.

I bambini e gli adolescenti possono essere particolarmente vulnerabili agli effetti negativi di pregiudizi e stereotipi, e possono anche sentirsi rifiutati da familiari, amici, colleghi e istituzioni religiose. Alcune persone omosessuali si preoccupano di poter perdere il loro lavoro, oppure di essere molestati a scuola se il loro orientamento sessuale diventasse di dominio pubblico.

Sfortunatamente, le persone omosessuali e bisessuali sono soggetti ad un alto rischio di molestie fisiche e psicologiche da parte di persone eterosessuali.
Alcuni studi fatti in California nella seconda metà degli anni 90 dimostrarono che circa 1 donna lesbica su 5, e più di 1 uomo gay su 4 che partecipavano allo studio erano state vittime di crimini causati dal loro orientamento sessuale. In altri studi su circa 500 giovani adulti, la metà ha ammesso di essere stata vittima di aggressioni anti-gay.

Le ricerche dimostrano che le persone che dimostrano atteggiamenti positivi verso le persone omosessuali e bisessuali sono quelle che conoscono bene una o più persone gay, lesbiche o bisessuali, che spesso sono amici o colleghi.

Per questa ragione, gli psicologi ritengono che gli atteggiamenti negativi verso gli omosessuali come categoria sono pregiudizi che non sono basati su un’esperienza reale, ma su stereotipi e informazioni distorte.

La protezione contro la violenza e la discriminazione sono davvero importanti, così come per tutti i gruppi che rappresentano una minoranza.
Alcuni stati includono la violenza contro la persona a causa del suo orientamento sessuale come un crimine d’odio, e molti hanno leggi contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Educare tutte le persone sull’orientamento sessuale e l'identità di genere è fondamentale per diminuire i pregiudizi omo-transofobi.

Un’informazione accurata sull’omosessualità e transessualismo è importante specialmente per i giovani che stanno iniziando a conoscere e scoprire la loro sessualità, eterosessuali, omosessuali, bisessuali o transessuali che siano.

Assolutamente no. Questo è solo uno stereotipo basato su false informazioni, in realtà il rischio di esposizione al virus dell’HIV è legato al comportamento sessuale della persona, non al suo orientamento.

Le persone eterosessuali e omosessuali che hanno rapporti sessuali non protetti con partner a rischio hanno la stessa probabilità di essere contagiate dal virus.