Identità di genere

Trangender a cinque anni? In America si può

Written by Dr. Paola Biondi

A due anni Kathryn aveva già le idee così chiare da confonderle agli altri: “Sono un maschio” affermava, e voleva pantaloni, capelli corti, macchinine e spade. I genitori di Kathryn erano preoccupati però, e la situazione per loro era piuttosto strana, perchè erano convinti di avere una figlia femmina, e non un maschietto.

A Kathryn è stato diagnosticato un disturbo dell’identità di genere, e adesso, a cinque anni, si chiama Tyler, e viene cresciuto ed educato come un maschio.

I genitori di Kathryn hanno rinunciato presto a cercare di farle indossare i vestitini con pizzi e merletti che inviava la nonna, comprendendo che lei non era soltanto un maschiaccio, ma che c’era dietro qualcosa di più profondo.

Un giorno la madre di Kathryn, Jane, le ha mostrato delle tavole anatomiche, con le figure di un uomo e una donna nudi. Mostrandole i genitali le ha detto: “Vedi tu sei una femmina. Hai le parti anatomiche di una femmina“. A queste parole una nube di incomprensione ha riempito gli occhi di Kathryn, che ha chiesto a sua madre: “Quando mi hai cambiato?“.

Jane ha presto compreso che sua figlia avesse qualcosa di particolare: aveva sentito parlare di transgender, anche grazie alla partecipazione di Chaz Bono, il figlio transessuale di Cher, ad un programma televisivo,  dove ha avuto occasione di raccontare la sua storia di uomo intrappolato nel corpo di una donna e della sua trasformazione.

Ma Jane non poteva non chiedersi se anche un bambino così piccolo potesse essere considerato trasnessuale, e, considerandosi di mentalità aperta, ha cominciato a fare delle ricerche su internet, trovando un libro che l’ha illuminata: The Transgender Child: A Handbook for Families and Professionals. Il sommario del libro recita: “Cosa fare quando la prima frase pronunciata dalla tua bambina è sono un maschio? Cosa succede quando tuo figlio in età scolare insiste per indossare abiti da bambina a scuola? E’ soltanto una fase? Come spiegare la situazione a parenti e famigliari?

Le cose per Jane cominciano a farsi più chiare. Ulteriori ricerche su internet la portano a guardare video di genitori che raccontavano la loro esperienza nello scoprire di avere un figlio transgender, rivivendo nella loro esperienza la propria. In particolare la colpirono alcune frasi che aveva sentito dire anche a sua figlia, come “Perchè mi hai cambiato“, “Dio ha fatto un errore con me“, “Deve esserci stato qualcosa che è andato storto quando ero nella tua pancia“.

Jane ha ascoltato questi genitori raccontare le difficoltà insite nella scelta di consentire e sostenere il percorso di transizione dei loro figli, rassicurandosi apprendendo che  una volta iniziato il percorso di transizione la maggior parte dei problemi comportamentali di questi bambini sparivano, la vita scolastica era più semplice e produttiva, e finalmente il sorriso splendeva sui loro volti.

Ma, ovviamente, ogni rosa ha le sue spine, e anche Jane nelle testimonianze di questi genitori ha trovato qualcosa che l’ha sconvolta: la terapia farmacologica e le cure ormonali a cui questi bambini devono essere sottoposti, già durante le scuole elementari.

La questione della transizione di genere nei bambini è piuttosto controversa, come afferma anche Jack Drescher, uno psichiatra degli Stati Uniti considerato un’autorità nel campo dell’identità di genere. D’altro canto è innegabile che ci sono dei casi in cui la discrepanza tra il genere biologico e il genere a cui la persona sente di appartenere è evidente, come nel caso di Kathryn, in tempi molto precoci.

L’”American Psychiatric Association” ha formulato nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) una diagnosi ben precisa per questo tipo di situazione, ossia “Disturbo dell’identità di genere in bambini” [F.64.2], consistente in un “Persistente e intenso disagio rispetto al sesso assegnato, insieme al desiderio di essere dell’altro sesso. Si riscontra un persistente interesse rispetto all’abbigliamento e alle attività tipiche del sesso opposto, e un rifiuto del proprio genere“. Il DSM specifica che “il comportamento da maschiaccio in una bambina, e un comportamento effeminato in un bambino” non sono assolutamente sufficienti per poter fare una diagnosi, che richiede “un profondo disagio rispetto alla propria identità di genere“.

Oggi si preferisce utilizzare l’acronimo AGIO (Organizzazione atipica dell’identità di genere) per identificare questo tipo di problematica dell’infanzia.

Il solo indossare abiti del sesso a cui si sente di appartenere non può essere sufficiente per questi bambini, che sperimentano un costante e crescente disagio nei confronti del proprio corpo, tanto da arrivare, in alcuni casi, addirittura a fare la doccia vestiti, per non doversi guardare.

I genitori che scelgono di ignorare questi problemi non fanno che assicurare una vita difficile e insoddisfacente per i propri figli, che spesso diventano depressi, tanto da arrivare al suicidio. Fuori dalle loro case i transgender sono spessi emarginati e presi in giro, insultati, aggrediti o addirittura uccisi.

Negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, è impossibile stabilire con certezza quanti bambini soffrono di un disturbo di questo tipo, perchè spesso i genitori e i pediatri non lo conoscono. Edgardo Menvielle, che segue una dozzina di bambini transgender nel Children’s National Medical Center nel District, e centinaia di famiglie in tutto il paese grazie ad un network online, ha stimato che l’80% di questi bambini finisce per tornare al proprio sesso biologico, mentre il restante 20% rimane transgender in età adulta.

Per questo motivo ci sono psichiatri, come Kenneth Zucker, che ritengono controproducente consentire la transizione nei bambini, promuovendo invece l’idea di neutralità per i bambini che hanno un disagio rispetto alla loro identità di genere.

Jane ha fatto il pieno di tutte queste informazioni, e Kathryn aveva 4 anni quando finalmente è riuscita a parlarne con il marito, Stephen, che inzialmente ha minimizzato sostenendo semplicemente che sua figlia fosse un maschiaccio, e non un transgender, promettendo però di porre più attenzione sull’atteggiamento e le parole della figlia.

Quando anche Stephen si è convinto Katrhyn è stata portata da uno specialista di Philadelphia, Michele Angello, che ha confermato i sospetti di Jane, diagnosticando una disforia di genere, e consigliando di permettere a Kathryn di vivere e comportarsi come un maschio. E’ così che è nato Tyler, che ha fatto il suo pubblico debutto nella chiesa presbiteriana frequentata dalla famiglia.

Il pastore è stato così di sostegno per la famiglia da proporre un gruppo di discussione per parlare di queste tematiche, e delle difficoltà che Tyler e la sua famiglia stavano affrontando. Al gruppo, che ha avuto un enorme affluenza, ha partecipato anche Catherine Hyde, madre di Will, ora diciottenne, che ha tentato il suicidio a 6 anni, e che da sempre afferma di essere nato nel corpo sbagliato. Catherine racconta di aver sempre minimizzato le parole e il vissuto del figlio, e piange ricordando di avergli detto “Puoi essere gay se vuoi, ma se sei transessuale, lo sarai con i tuoi soldi, con il tuo tempo, e fuori da casa mia“. Soltanto dopo alcuni anni i genitori di Will hanno capito la reale natura del suo problema, e gli hanno finalmente consentito di iniziare una cura ormonale.

Quando Tyler ha cambiato scuola, Jane e Stephan, hanno scritto una lettera a tutti i genitori dei compagni di classe per spiegare la situazione. Lo staff della scuola ha anche organizzato degli incontri per prepararsi e accogliere al meglio Tyler, ma anche altri due bambini transgender che avevano fatto domanda per essere ammessi.

Purtroppo non tutti hanno condiviso la scelta di Jane e Stephan, sostenendo la trasformazione di Tyler, come ad esempio il professore di ginnastica che pretendeva che Tyler indossasse un body, e non pantaloncini e maglietta, perchè sulla sua scheda di ammissione era indicato come femmina.

Jane comunque non si stanca di lottare per porre fine a queste ingiustizie, ed è piena di accortezze per facilitare Tyler: ad esempio quando viaggiano portano sempre con sè una cartella di sicurezza, ossia i documenti medici di Tyler, tra cui la diagnosi di disforia di genere.

Nei prossimi cinque anni Jane e Stephen dovranno decidere se sottoporre a cure ormonali Tyler, per evitare le mestruazioni, e i cambiamenti del corpo tipici della pubertà. La scelta è difficile perchè questi ormoni creano una situazione di neutralità che rende più facile il cambiamento chirurgico in età adulta, ma pur essendo un cambiamento reversibile, può causare infertilità, nel caso in cui la persona decida di tornare al proprio sesso biologico. D’altro canto però Tyler ha ancora le idee chiare “Io non sono un transgender. Io sono un maschio“, e anche Jane se le sta schiarendo”Se Tyler vorrà tornare a essere Kathryn per me va bene. Ma adesso quello che facciamo funziona. Lui è felice, e io voglio soltanto che mio figlio sia felice“.

Sebbene esistano situazioni nell’infanzia che sfocino in una reale disforia di genere (la maggior parte in realtà arriva ad essere omosessuale) ci sembra doveroso mostrare cautela in situazioni come quella di Kathryn /Tyler, considerando che tutti i bambini mostrano curiosità per giochi, abbigliamento, modi dell’altro genere e molti non si ritrovano negli stereotipi dei ruoli di genere, in alcuni contesti molto rigidi.

 

About the author

Dr. Paola Biondi

Psicologa e Psicoterapeuta, mi occupo di Identità Sessuali in ambito aziendale e clinico. Lavoro in tutta Italia con privati, associazioni, aziende e amo la fotografia e il W3B.

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